08/03/2008
il quattordicesimo aforisma
In politica i saggi non fanno conquiste. (Nicolas De Chamfort)
22:03
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umano troppo umano: prologomeni
Ci sono due conquiste nella vita terrena e laicista –e, concedentemente, asceticamente religiosa-: la conquista della consapevolezza del “sè” e la conquista del potere sul “sè”.
Sono i cardini ineludibili, non contemplativi, dell’atto cognitivo, scientifico, finanche metafisico e logico o onirico, comunque culturale, Quindi etica, quindi morale, di conseguenza politica. Il presupposto di ogni rapporto sereno e fiducioso della solidarietà tra gli umani. Il presupposto della scambievole conoscenza.
L’una e l’altra escludono il “potere del sè”. Dove l’arroganza della ignoranza e delle tronfie assunzioni di verità convenienti –moralisticheggianti- spaziano. Devastando ogni composto equilibrio di relazione. Mistificando, quindi ingannando.
La conoscenza costa il sangue dei propri sensi. Degli attimi di cui si nutrono i propri sensi. E non si può affidare o confidare agli idioti. Alla innumerevole massa di idioti che sono autoproclamate vittime della propria incapacità di vivere, oltre la ebete compiacenza a quel che non sanno, che non comprendono e più ancora, che si rifiutano di comprendere.
L’idiozia e l’epidermico moralismo sono schermi comodi per sbirciare sotto i tavoli. Quali che siano. Per poter estasiarsi e consumare desideri irrisolti e poi giustificarsi, se scoperti, con: “non sapevo”.
E’ stancante dissertare sul potere, quando non interessa. Quando la vita –con i suoi atti o valori- viene filtrata attraverso il distacco dall’egoismo e senza l’ingordigia dei pensieri senza valore.
Questa volta voglio citarmi, perchè la mia vanità limita, ancora, il passo della mia saggezza.
Così, riporto di seguito un breve passo de “prologomeni a una rivoluzione”. Il mio pensiero è tutto lì. Qualunquista? Forse. Ma, attuale. Per costante verifica. Checchè se ne pensi o dica.
Ma l’òmme so’ strùnze e mmiéz‘e strùnze
nce sta sèmpe ‘nu strùnzo
ca dicenno strùnzate ‘i pô cumannà’.
(gli uomini sono idioti e tra di loro c’è sempre qualcuno, più idiota, che li comanda dicendo idiozie)
franchini
22:02
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pari e patta: saggi
Gli ideologhi, gli interpreti, gli esecutori, i professionisti della politica hanno caratteristiche diverse, uniti solo in un progetto di cui, spesso, solo loro hanno cognizione.
C’è colui che ama parlare, discettare, sedurre e contemporaneamente adorarsi; non gli è faticoso questo mestiere perché lo gratifica, lo entusiasma e lo fa sentire al di sopra di coloro che di parole ne sanno usare poche, anche se a volte hanno più idee di lui.
Un secondo protagonista della politica è colui che vuole, ma non è detto che lo sappia fare, interpretare i bisogni, le richieste, i desiderata della gente che si rivolge a lui come un interlocutore possibile, non si sa mai quanto credibile. A questi appartengono coloro che parlando con gli altri promettono ogni soluzione.
Infine, ultimi nello scalino dell’intelletto, primi per furbizia e potere, gli esecutori; coloro che traducono ogni parola, ogni promessa, ogni richiesta in fatti materiali, siano leggi, soldi, promozioni o altro.
Infine ci sono i saggi, ma quelli stanno quasi sempre fuori dalla politica.
Perché con la loro cautela, le loro analisi concrete, le speranze trattenute dal ragionamento, non producono sogni, illusioni, voti e soldi.
I saggi non sono conquistatori, sono saggi; e in politica, per navigare, bisogna prima di tutto, conquistare, semplicemente: voti, maggioranze, elettorato e potere.
Marta Ajò
22:00
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storie del millennio: la confusione istituzionalizzata
Il vento dell’antipolitica che sta soffiando forte nel pianeta, potrebbe nascere dall’esigenza di colmare un vuoto etico foriero di pericolose derive verso il nulla. Quando i confini scompaiono, le strutture crollano, il nostro percorso diventa confuso. Dove per confusione non si intende uno stato di smarrimento emotivo, bensì, una condizione di frammentazione del pensiero. La direzione da seguire qual è, senza un valore o un’idea fondante. Ognuno segue la sua. Nulla ci aggrega. Nemmeno il fatto di avere la stessa natura umana.
I saggi oggi non solo non farebbero conquiste. Ma sarebbero come dei monumenti alla memoria di qualcosa che nessuno riconosce più: la dignità, la coscienza, la lealtà, l’unità del PENSIERO.
Paulette Ievoli
21:58
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lo strappo nel cielo di carta: Bacon = uovo sbattuto. anzi, ritratto: (di) carne sbattuta
A qualcuno, su qualche comoda poltroncina di velluto, saranno andati i pop corn di traverso alla vista del finale/non-finale dell’ultimo film dei fratelli Coen, attualmente nelle sale: “Non è un paese per vecchi”. Degno epilogo di un copione che, dopo un primo tempo sul filo della suspense cruda, ma calibrata, perfino spruzzata d’humour, quasi un Tarantino dilatato, gioca nel secondo tempo ad inseguire una beffarda poetica dell’inazione, o dell’azione occultata, rinunciando alle velleità del film d’azione classico, tra tormentose introspezioni, piagnistei sociologici e tagli di narrazione insopportabilmente ellittici. Sicché alla fine ne esci vagamente sbattuto e risentito; ma non sorprendertene, è giusto che tu sia, come l’umanità del film, carne da macello. E nessuna pistola ad aria compressa ti ricaccerà in gola il pop corn insidiosamente in tralice nell’esofago.
Invisibilità di forze; forzosità sacrificale. Caratteri filmici, percezione, cioè, dei connotati esistenziali della società descritta nel film, ma con la sgradevole tendenza ad insediarsi nella mente dello spettatore come “sensazioni meta-filmiche”, cioè percezione della realtà effettuale che lo circonda. E pare che un vento d’aria compressa strazi di linee urlanti i pigmenti delle opere di un grande ritrattista macellaio, attualmente in mostra a Palazzo Reale a Milano, l’irlandese Francis Bacon, calcolato dipintore di umanità bestiale, come porci che sudano lardo e sangue, anche sotto vesti azzimate da Papi e borghesi.
Riflettere ha qualche senso nelle macellerie? Le bestie attendono, l’occhio sbarrato, il colpo della ventura. La storia è un martirio continuo del pensiero. Di cui Tommaso Moro e Giordano Bruno non sono che esempi eclatanti. Il pensiero-inazione soccombe ai colpi di scure di un mondo che si auto-perpetua attraverso una sotterranea lotta intestina – e che lascia visibile, a chi sa vedere, gli intestini sventrati. Lotta genetica, evoluzionistica, sociale, economica, politica, culturale. Di natura e di società. La morale perde il senso universale: i grandi “realismi” della storia, da Machiavelli ad Hobbes a Darwin, sono quelli che scarnificano impietosamente i meccanismi oleati dal sangue. Strutture identiche: sotto le toghe dei magistrati, o i piviali dei vescovi, o le cravatte con nodo scorsoio dei politicanti, sudano gli stessi corpi - ora da carnefici ora da porci – dei ladruncoli e dei disoccupati, impegnati in una lotta per la sopravvivenza del tutto affine. Nel ritratto di Paolo III Farnese di Tiziano (Napoli, Galleria Nazionale di Capodimonte, e Bacon ne è debitore), il Pontefice si avvinghia, grifagno, al bracciolo del proprio seggio, assai similmente al vizioso in rovina – Baudelaire – che ghermisce il seno martoriato di un’antica puttana. Le stilettate trasfiguranti di Bacon hanno il paradosso di tutti i grandi “espressionismi” della storia: essere veri, universalmente, nella deformazione. Non è un paese per vecchi. Pardon: non è un paese per saggi. Ê un paese per macellai e macellati.
Antonio Maiorino
21:56
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la formichina guerriera: in politica i saggi non fanno conquiste ... e neanche i morti!
Guelfi e ghibellini, conservatori e innovatori, borbonici e sabaudi, governativi e sovversivi, fascisti e antifascisti, comunisti e anticomunisti, laicisti e clericali, abortisti e antiaboristi, nordisti e sudisti. Eserciti schierati, gli uni contro gli altri. Tribali, armati di armi bianche a garantire interessi pseudo-etici, fatti di accreditamenti e potere, tanto potere impastato di vergogna e di cecità.
Chi muore di queste armi?
No, non i generali! Sul campo, i generali non muoiono mai! Le giubbe si confondono, si cambiano, si mescolano, si riciclano.
I veri morti sono i sogni. I morti sono le promesse. Ii morti sono la dignità.
Muoioni i soldati! Ma gli altri, gli altri morti veri, muoiono, bruciati, per autocombustione.
Carmela Panariello Franchini
21:54
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danza di narciso: la città giusta
Partiamo da un’idea di Platone.
“Ci sarà un buon governo solo quando i filosofi diventeranno re o i re diventeranno filosofi.”
Il pensatore ateniese, meditando su come sarebbe stato possibile migliorare la politica, dopo aver assistito al logorarsi delle forme di governo della sua città e soprattutto a seguito dell’ ingiusta condanna a morte di Socrate, arrivò a concludere che il ricorso alla filosofia sarebbe stato indispensabile all’esercizio del buon potere.
Scrive, infatti, Platone: “Io vidi che il genere umano non sarebbe mai stato liberato dal male se prima non fossero giunti al potere i veri filosofi, o i reggitori di stato non fossero per divina sorte divenuti veramente filosofi" (Lett. VII, 325 c): dunque la costruzione di una collettività fondata sulla giustizia sarebbe stata possibile solo grazie alla filosofia.
Ancora: “A meno che i filosofi non regnino negli stati o coloro che oggi sono detti re e signori non facciano genuina e valida filosofia, e non riuniscano nella stessa persona la potenza politica e la filosofia,
non ci può essere una tregua di mali per gli stati e nemmeno per il genere umano.” (Repubblica 473 d).
Giustizia è assicurarsi il bene, il bene è individuato dalla filosofia, solo i filosofi al governo possono assicurare la giustizia.
Ma…
Governare vuol dire, se non mentire, persuadere. Che è un po’ ingannare.
L’azione politica non sempre sembra accontentare le esigenze dei cittadini, troppo spesso diviene autoreferenziale: pare appagare soltanto le bramosie e la cupidigia della classe dirigente stessa.
Il politico-sofista è acclamato, il saggio osteggiato: lo stesso Socrate venne ucciso dai cittadini.
I politici sono un guaio. Ma un guaio necessario, che permette alla società di esistere e di sopravvivere, pur con le sue innumerevoli imperfezioni.
I filosofi sono saggi. E i saggi non partecipano attivamente alla vita politica. La contemplano. Azione contro contemplazione.
Il potere li corromperebbe. Dunque, non sarebbero più saggi.
Se i saggi rifiutano il potere, perché ne temono la corruzione insita, al governo ci saranno soltanto persone che penseranno al proprio interesse. Non esisterà un buon governo. Né ci sarà giustizia.
Considerando il punto di vista platonico, verrebbe da asserire che politica e saggezza sarebbero inconciliabili .
Nolontà e rinuncia diventerebbero così le armi del saggio?
Dov’è la svista?
(Ammesso che esista).
Lidia Tagnesi
21:52
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01/03/2008
il tredicesimo aforisma
Meglio dare che prendere. Ma a volte può esserci più umiltà nel ricevere che nel donare. (Sören Kierkegaard)
13:50
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umano troppo umano: tempi del lutto
Siamo nei tempi del lutto.
Del lutto per un eccesso di idiozie e di apparenze che si propagano per partenogenesi. Acclamate, poi, da se medesime. Ostentate come descrittive ed esaustive di ogni soluzione o mondo futuro. Tempi del lutto In cui la sapienza –o la saggezza della consapevolezza- si afferma nel solo ambito delimitato della convenzione e della convenienza. Della descrittiva del poter essere. Non, nell’essere.
Tutti noi fluttuanti nell’oscuro potere della approssimazione. Della concessione alla approssimazione. Nel lutto della memoria. Nel lutto della umiltà.
Così che un insegnante può non insegnare; un medico, non curare; un operaio, non tornire; un magistrato, non giudicare. Perchè lo studio o la cura o il prodotto o il giudizio sono succedanei al titolo di insegnante, di medico, di operaio. di magistrato. Come se il titolo, l’orpello sociale, non derivasse dal risultato, bensì il titolo ne garantisca il successo.
Come se l’errore -la possibilità dell’errore- o l’insufficienza o maldestrezza fossero banditi in virtù dell’attribuzione sociale. Nella arrogata capacità -da regole di ragionamenti irrisolti- di selezione, di affidamento, di confinamento.
In breve, sono i tempi del lutto della intellettività. Il dominio dell’artifizio. Il plagio della ragione.
E quale umiltà più stupefacente e grandiosa se non essere chiamato, semplicemente, Francesco? Ricevendo il sottinteso disprezzo degli ingordi, degli inutili, degli inerti, verso la concessione e la compassione di sè. Senza stimmate da essere venerate, nella paura degli inetti per la propria carne.
Sono avvezzo a firmarmi franchini. “f” minuscola. Anticipo l’umiltà a non essere riconosciuto.
Ma, poi, non è, questa, una dilaniante ambizione?
franchini
13:49
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pari e patta: l'amaro gusto del dono
In una società evoluta e soprattutto ricca, il dono, in quanto tale, è diventato una costante dei nostri comportamenti.
Le occasioni per farne o riceverne sono ormai una tale quantità che è difficile non avere spesso l’impressione di bissare e soprattutto della loro inutilità; diciamo che si fanno quasi come per espletare una sorta di rituale, di formalità, di dovere sociale, di scambio o di esplicita richiesta.
Insomma il dono in quanto tale ha perso gran parte del suo significato affettivo. Basti pensare alle facce deluse dei riceventi e all’insofferenza di chi li compra. Il gusto della scelta pensata ed indirizzata a realizzare un desiderio è ormai desueto.
Ci sono poi i doni che ti mettono in pace con la coscienza: i sacchi di abiti smessi, la raccolta di cibo, di medicinali, le adozioni a distanza, il volontariato…
Non sono doni materiali, ma è comunque qualcosa di noi che doniamo ad altri esseri meno fortunati. Quindi doni buoni, giusti? Dovrebbe essere così se questo non ci facesse sentire non solo buoni ma anche soddisfatti della propria superiorità ed i propri vantaggi con un’arroganza mascherata da generosità.
Sicuramente più fortunati di chi è costretto a prenderli in una condizione di sottomissione che ha imparato ad avere suo malgrado.
Nel dare non c’è quasi mai umiltà ma una soddisfazione interiore che sazia cuore e vanità; nel prendere c’è l’umiltà del bisogno e la disgraziata consapevolezza della propria miseria.
Marta Ajò
13:47
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storie del millennio: scelta d'amore
La disponibilità a ricevere è infinita. Secondo la morale cristiana, che eleva l’umiltà a valore supremo dell’uomo, è un atto estremo d’amore, che contiene in sé la fede, la condivisione, l’accettazione, nella buona e nella cattiva sorte. E’ questo l’amore che Gesù ci ha insegnato con il suo esempio. Seguire chi si ama, senza timore di perdere la vita. Non è una scelta passiva guardare il paesaggio della vita con gli occhi di un altro e trovarlo bello. E’ una scelta d’amore.
Paulette Ievoli
13:46
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lo strappo nel cielo di carta: (Anto)nello studio segreto di Giovanni Bellini
Le mani di Giovanni Bellini sono mobili: mi fanno pensare al più dolce dito nell’occhio della storia dell’arte e ad una stretta di mano con Antonello da Messina. Disperatamente – per darvi ad intendere che non parlo di pennelli, ma di liquidi organici e liriche d’organo, cioè di uomini e poesia – vi prego di seguirmi.
Si racconta – storie di uomini – che Bellini si sia recato, travestito da gentiluomo, nello studio di Antonello per cercare di carpirgli il segreto della tecnica nordica, cioè della minuzia analitica distintiva della pittura ad olio, sperimentata già dai fiamminghi (Carlo Ridolfi, 1648). Analisi scientifiche hanno invece attestato che Bellini avesse già dimestichezza con la tecnica ad olio prima dell’arrivo in Laguna del messinese. Alchimie parallele: per trasformare la materia in vita.
La critica si arrovella per capire chi abbia influenzato chi: antonellesche schiume di Trinacria sulla criniera del Leone della Serenissima, o belliniano ruggito dorato da Leone ad increspare la tavola mediterranea? La posta in gioco non è semplicemente quella di una ricostruzione tronfia ed erudita di reti di influenze stilistiche, scambi, contatti, contratti, rapporti: ciò che è in ballo non è materia affastellata per enciclopedie, ma fiato di uomini. Il siero degli artisti è prima di tutto siero di uomini: uomini, ripeto. Ecco perché abolirei la “storia dell’arte” come materia; e la sostituirei con le “storie dell’arte”. Che poi è storia – pardon: storie – di percezioni ed idee, inimmaginabili senza i soggetti della percezione e dell’ideazione: e torniamo al siero degli uomini, e torniamo agli uomini.
Giovanni Bellini è un dito nell’occhio; dolcissimo. Perché quando ne sfogli un catalogo, innocentemente, per saggiarne la pittura ed adeguarla ad una sintesi conoscitiva, resti un tantino confuso. Dall’arrendevolezza delle soluzioni; che cambiano, di volta in volta, di pala in pala, senza fornire l’accomodante appiglio che ci faccia dire “ecco, questa è la cifra distintiva di Giovanni Bellini!”. Ma non sono oscillazioni di sterile eclettismo; sono lidi sempre nuovi, cui Giovanni approda come seguendo le scie spumose della laguna, su isolotti di poesia riverberati da un alito caldo e intimo d’umanità, che soffonde d’un tremito lirico le atmosfere cinerine dei cieli plumbei di Venezia. Instancabile, sereno; certosino e sintetico: “Dal Mantegna e dagli altri grandi che conobbe, a Venezia e a Padova – dai Vivarini a Donatello, a Giorgione, a Tiziano –, Giovanni Bellini accolse, con una sua speciale umiltà, l’illuminazione che gli potevano dare, da grande professionista che costruisce sé stesso anche sulle esperienze degli altri; con la sua speciale dignità non si propose mai di essere un rivale dell’uno o dell’altro (…), seppe non rifiutare niente di ciò che gli arrivava all’anima dal passato e dal presente, ed essere lo stesso un grande suggeritore del futuro” (Renato Ghiotto). Il percorso di Bellini non è quello di un artista; è quello di uno scopritore di vita segreta. Che parte dalle croste marmoree del cognato Mantegna, grafista lapideo e poeta archeologo; le discioglie in tepori solivi, ponentini: prima o dopo Antonello?
Arriva Antonello, Bellini gli tende la mano… anzi, il braccio, e si fa iniettare il siero d’artista, secondo la ricetta del messinese: lo spazio che si dilata e respira, i volumi torniti dalla luce. Addio alle ultime croste di marmo, rinsecchite, del Mantegna; lo spazio rinvigorisce i corpi e li assorbe. Ed Antonello prende il collante belliniano – ricetta lagunare d.o.c. – della luce meridiana per fondere in una dolcezza meditata e veridica lo spazio, il volume, il colore. Addio alle ultime spigolosità fiamminghe; la luce rianima il disegno.
Per nessuno dei due è l’ultimo approdo; la vita richiede ricerca ben più logorante. Avidità d’artista ed umiltà di uomini sono tutt’uno. Dare e ricevere non sono voci irrilevanti di bilanci stilistici; sono atti d’amore intellettuale di chi insegue intuizioni poetiche. In Laguna o nel Mediterraneo; ciò che conta, con mani mobili, come cuori che battono.
Antonio Maiorino
13:44
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la formichina guerriera: le cento stanze
Oggi conosco l’umiltà di chiedere aiuto e la piccola dolcezza del riceverlo.
No! Non dalla comunità di cui faccio parte. No! Non da a chi ha un dovere morale -professionale, istituzionale o familiare- a farlo.
L’ambiente, il mio ambiente, è astrattamente chiuso in piccole e meschine difese o offese.
Ormai lo spazio sociale non esiste più. Oggi, è un luogo dove gli uomini vivono, soffrono si amano e si odiano. Dove uccidono o vengono uccisi.
Luogo dove gli uomini non si conoscono né si riconoscono.
Luogo privato della comunicazione. Un luogo astratto, dove tutte le possibili interazioni tra l’uomo con la comunità degli altri uomini, tra l’uomo e l’ambiente, tra l’uomo e la democrazia, tra l’uomo sociale e le regole stesse che la società si è data attraverso le leggi, è irrimediabilmente frantumato.
Disperdendo la solidarietà e la difesa del bene comune, riconosciuto e riconoscibile -quale valore condiviso-, emergono la tracotanza, la astrattezza mostruosa dell’utilitarismo sfrenato, il calcolo strisciante e voluttuoso del quale ci si avvelena quotidianamente.
La comunità vive una voragine esistenziale. La comunità non conosce e non riconosce lo spazio che abita; non, i luoghi; non, la protezione dei deboli. La comunità vive astrattamente le idee e dà risposte astratte alle idee. Si fa da parte lasciando parlare i microfoni e le autorità, attraverso i microfoni; in una rappresentazione farsesca, senza rapporti di comunanza, di protezione, di verità, di solidarietà.
Le cento stanze sono il luogo dove gli uomini, che non saranno mai più uomini, si perdono lasciandovi un pallone colorato, uno scritto sul muro, un grido inascoltato, o un aquilone dei sogni.
Il pozzo dove Ciccio e Tore sono morti è lì; a testimoniare il luogo non più luogo ma voragine .
Come voragine è il non luogo della vita e del lavoro. A Genova, a Torino, altrove.
Si può ricevere, come dono estremo, la morte atroce?
Carmela Panariello Franchini
13:43
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il cammello bianco: tiro alla fune
Sala da tè super snob.
- Ciao cara, scusa il ritardo! C’era un traffico abominevole.
- Figurati, ti capisco perfettamente. Io, per evitare stress, ormai non prendo più l’auto. Uso il taxi. Tu, come stai?
- Mah, così. Mio figlio Giacomo non riesce a trovare lavoro e…
- In cosa è laureato?
- Ingegneria meccanica.
- Ma, cara, potevi dirmelo subito! Posso chiedere a mio marito di dargli una mano.
- No, non preoccuparti, non voglio disturbarti.
- Ma quale disturbo! Non so quanta gente abbiamo tolto dalla strada!
- ( Colpita e affondata )… Sai, lui è molto orgoglioso, non credo comunque che accetterebbe.
- Che sciocchezza!
- In ogni caso, ti ringrazio, gliene parlerò. E dei tuoi ragazzi che mi dici?
- Ah, Filippo lavora sempre, non lo sento mai! Chiara, invece, ha appena vinto una borsa di studio a Londra, sta cercando casa, ma pare sia un’impresa impossibile trovare qualcosa a prezzi abbordabili!
- Posso darti una mano io, abbiamo dei parenti in Inghilterra, magari inizialmente potrebbe appoggiarsi da loro.
- ( Incerta ) No, no, non mi sembra il caso.
- Insisto! Tanto la loro casa è un porto di mare! Accolgono continuamente amici indiani, cinesi, magrebini…
- Ti ringrazio. Risolveremo in qualche altro modo.
Sorseggiano.
- E Lucrezia, l’hai sentita?
- Ma come, non lo sai ancora??
- Cosa?
- Lucrezia è con l’acqua alla gola, il marito ha avuto dei guai finanziari. È agli arresti domiciliari.
- Ma cosa dici! Incredibile, com’è possibile che non ci abbia detto nulla?
- Non ne ho idea. Avremmo potuto aiutarli.
- Certo! Sta’ a vedere che facciamo tanta beneficenza ad emeriti sconosciuti…
- Non riesco proprio a capire chi agisce così per uno stupido senso d’orgoglio, e si mette nei guai per nulla.
Infatti!
Qualche tempo dopo, Giacomo e Chiara.
- Bellissima! Da quanto non ci si vede…
- È vero! Che mi racconti?
- Mah, in cerca di lavoro, come sempre. Sai, per noi ingegneri il mercato è un po’ saturo…
- Sai che proprio ieri ho visto un amico che lavora nel tuo settore? È ben inserito, magari puoi chiedere a lui, ti do il suo indirizzo e-mail.
Giacomo lo annota.
- E tu, so che sei in partenza per l’Inghilterra.
- A dire il vero, non ancora. Non riesco a trovare nulla in affitto.
- Se vuoi posso chiamare una mia amica che lavora lì: di certo, se glielo chiedo, potrà ospitarti per un po’, mentre non ti organizzi.
- Grazie, sarebbe fantastico!
- Stasera la chiamo e ti faccio sapere. Strano che mia madre, con tutti i tè che prende con la tua, non abbia pensato alle conoscenze che ho a Londra, ed al fatto che avrei potuto aiutarti.
- È che sono sempre così prese dalla beneficenza che non hanno il tempo di pensare ad altro.
- Già. Fossero tutti così generosi…
Ornella Tajani
13:41
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dolce inquieta: i piedi erano scalzi
è l'umiltà di dover ammettere
di dover cercare,di dover chiedere
di aver bisogno che ci manca
o ci appartiene ma è nascosto in un angolo buio
siamo un bel servizio di cristallo che
alla composizione di tal parola
cade in frantumi
polvere luccicante che vola via e
con sè
porta la forza delle nostre certezze
giuste,ma solo da guardare
stelle nel firmamento
siamo estranei tra noi simili
nessuna comunità esistente vive verasmente
solo nere illusioni
ritorno alle civiltà tribali
a quando i piedi erano scalzi ed i cuori nudi ...
Paola Veropalumbo
13:39
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23/02/2008
dodicesimo aforisma
Un vecchio amore è come un granello di sabbia, in un occhio, che ci tormenta sempre. (Voltaire)
23:16
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umano troppo umano: angeli
Amiamo i bambini. Tutti. Per quel proiettarci nelle fantasie di una nostra infanzia delusa.
Anche se i bambini non sono d’animo generoso e nobile. Già presentando le tare inquiete delle donne e degli uomini che saranno.
Ma, amiamo i bambini. Tutti. In essi ri-inseguendo quello che potremmo essere stati. La vita che, nei dolori e nelle ingiustizie, nelle ribellioni, avremmo potuto, forse, scansare.
Ma. amiamo i bambini. Tutti. I nostri desideri scritti sulle nuvole rapprese o sulle lastre inumidite. Tra sapori di desideri di carezze amorevoli e turbamenti misteriosi del nostro esser umani.
Qui, il primo amore della vita. Lo stupore. La incredulità. La curiosità. La esaltazione inconsapevole, angelica, del senso. La rivelazione del proprio esistere. La conquista dell’utilità. Morale.
E questo amore si confonde e si sporca. E’ negato. E’ violato. Da qualcuno. Tra le impurità sacrileghe imposte da chi non ricorda e non ama o non vuole ricordare e non amare.
Di chi stupra il primo amore. Di un rintocco a un fiore. O, del disegno stupito del sole.
E vorrei sedermi, da vecchio, accanto a un bimbo e farmi regalare un sorriso.
Il sorriso che avevo, ciondolante sulle spalle di mio padre.
Ma, non posso. La crudeltà degli istinti putrescenti ha massacrato gli angeli.
franchini
23:15
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pari e patta: la grandezza di un amore sbagliato
Per Antonella quello era stato, non il primo, no, ma sicuramente il grande amore. Quello che aspettava da sempre e che l’avvolse all’improvviso.
Un amore di testa, coinvolgente e senza scampo; perché quando la testa lavora troppo il corpo funziona meno, anche in amore.
Ma, si sa, l’intelletto può anche diventare una malattia, se non si controlla, che va in direzioni sbagliate.
Il desiderio è una cosa incontrollabile a volte e può far soffrire, molto, a lungo.
Lui era il suo frutto proibito.
Era una cosa che la struggeva e distruggeva perché lo desiderava senza poterlo cogliere.
Ma l’amore è cieco e Antonella era pervicace; riuscì a conviverci, coricandosi insieme e scambiandosi tanti e grandi interessi; senza scambiarsi la profondità dei corpi ma solo quello della mente.
La coppia esisteva solo di fatto; entrambi sapevano, senza dirselo, che non sarebbero mai divenuti marito e moglie, non avrebbero mai avuto figli; erano solo vittime di un amore assoluto, caparbio, malato, inarrestabile e disperato.
Per fortuna la vita, finché in vita ci siamo davvero, ci da sempre la possibilità di risorgere e di ritrovare la strada persa.
Così Antonella, capì che quel rapporto dimezzato la portava alla distruzione, all’alcolismo, alla disperazione, alla negazione della sua femminilità; mise in atto tutta la sua forza e fra pianti e sofferenze riuscì a liberarsi di quell’amore malato in cui era precipitata.
La guarigione non fu semplice né breve.
I rimpianti l’accompagnarono ancora e sempre, anche se altri avrebbero potuto distrarla.
Ne era passato di tempo!
Fino al giorno in cui incontrò l’amica, allora era la loro migliore amica, che le comunicò che il suo vecchio amore si era sposato e, felicemente, diventato padre.
I tormenti non l’avevano mai lasciata del tutto, ma all’improvviso sentì che qualcosa di indefinibile entrava a far parte del suo corpo, qualcosa che iniziava a procurare sofferenza come un granello di sabbia nell’occhio, ma quello che stava capitando era peggio, era una trave; che si era conficcata in lei per ricordarle per sempre quel tormento d’amore.
Marta Ajò
23:12
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storie del millennio: siamo tutti esseri umani
Le passioni vissute possono cambiare il corso di una vita. Tracciare sentieri nella foresta intricata delle emozioni, e dare un senso al perché in questo momento siamo qui. I vecchi amori sono così. Come la spada ancora conficcata nel cuore o quella rosa che miracolosamente, nonostante il tempo, ha conservato il suo fresco profumo. Dipende. Per chi, il passato non è mai passato, con sguardo febbrile e appannato guarderà al futuro. Per i graziati o ammollati nella veloce contemporaneità, un vecchio amore giace nel cimitero dei libri dimenticati. A meno che il vento non sollevi una tempesta di sabbia. E allora….siamo tutti esseri umani.
Paulette Ievoli
23:09
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lo strappo nel cielo di carta: questi fantasmi: “loco” (pazzo) e fiero del “fero loco”
Ricordare un vecchio amore, ovvero: come se non bastassero le prigioni torbide della memoria, con quelle sbarre inumane d’acciaio simili a canini serrati che si ficcano nell’umo a dissanguare la terra. Ci si aggiungono fantasmi che ruttano cigolio di catene a fare compagnia da boia sulle brande glaciali e solinghe della cella del ricordo.
Già, perché è così che funziona: una doppia beffa.
Il ricordo, di per sé, è una trappola. Sembra vivo, ma non si muove; non è né resurrezione (perché non è vita), né oblio (per la sua natura di ricordo), è solo estenuato conato della memoria. Sagoma androgina imbalsamata, che le sinapsi elettrizzano come dessero vita a un nuovo Frankenstein. Quasi malvagio, in sé; com’è malvagia la solitudine di una cella. Inquietante per la sua natura impagliata ed ambigua (prima beffa), il ricordo, generico, tuttavia, resterebbe confinato nella penombra dell’innocuità. Finché non entrano i fantasmi nella cella (seconda beffa): il vecchio amore, sangue della vita sul concetto “astratto” di ricordo. E il vano silente prende ad echeggiare di gemiti di follia. Come una creatura di Frankenstein in rivolta. Perché un essere umano è torbido. Come una foglia secca e annerita d’un canestro di frutta di Caravaggio. O come una pesca butterata. O come un fico che vomita la sua maturità già prossima alla decomposizione verminosa. Due esseri umani sono un’amplificazione di torbido: un pergolato di frutta marcia. Almeno: lo sono dopo essersi lasciati, sospendendo l’incanto di fermare il tempo nell’intesa delle pupille mutuamente riverberanti. Almeno: lo sono nelle celle che lezzano frutta marcia. Ed echeggiano gemiti, di follia, alla visione di fantasmi del passato.
Ma viva l’amore, i coniglietti rosa e Winnie the Pooh! Perché – amici cari – una storia finisce, ma poi chi di noi non finisce per trovare (o crede di trovare) l’anima gemella? Chiodo scaccia chiodo! Morto un Papa se ne fa un altro! Non esistono più le mezze stagioni! E poi: ma si, qualche esperienza in più fa bene. E ancora: in fondo quella non era giusta! - quello non era giusto! Almeno resta il ricordo di una erezione – lubrificazione. Risultato finale: niente amplificazioni di torbidi, niente pergolati di frutta marcia, niente celle, le catene dei fantasmi sono rotte, i fantasmi sono assorbiti nell’aspirapolvere di menti “Ghostbusters”. Al limite resta qualche granello di polvere – ma solo perché non esistono più gli aspirapolvere di una volta!
Menti classiciste da puttanieri. Chi lo dice che bisogna essere sereni? Chi dice che bisogna ricordare con serenità, non farsi imprigionare, non tormentarsi? Bisogna puzzare di torbido e carne bruciata da combustioni infinite. La verità è nel letame, non nei diamanti. Nei fantasmi e non nei granelli. Nelle pergolati marci e non nei giardini edenici. Molti godranno della loro felicità di plexiglas e dei loro sogni perbenisti di cartone. Intrappolati. In amori alla “Via col vento” o alla “Beautiful”. Mentre altri – artisti inconsapevoli, o solo pazzi – marciranno nelle celle: “nel fero loco ove ten corte Amore”. Amore alla Guido Cavalcanti, amore di otto secoli fa, amore di quelli che poi si trasformano in fantasmi, e non in granelli di polvere. E nel gemito d’orrore di fronte ai fantasmi – come nel raccapriccio per un baco in una mela, il torbido: la vita.
Antonio Maiorino
23:07
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danza di narciso: Venere liquida
Perché quando le finestre del passato si spalancano oltre lo scudo del presente, la scatola dei ricordi si schiude, rovesciando in terra immagini sfocate e parole lontane. In bilico. Tra il fastidio e l’abbandono. Malinconica eco di attimi sensibili ai capricci del cuore. Trascorsi ad arrendersi al fascino imponente delle illusioni, contemplando se stessi nell’esercizio della Bellezza.
A riflettere sulla felicità impossibile della solitudine.
Che induceva, spudorata e testarda, a cercare in ogni cuore la propria dimora. A rubare anime e poi fuggire.
Occultando il maestoso desiderio d’amore che, addestrato con scrupolosa avarizia, avrebbe tardato ancora tanto per compiersi.
Un salto all’indietro nel tempo. Quando la ragione era polvere per il vento ed il cuore ostaggio delle difese.
Ma ora so. Che amo.
Quello che resta, è nostalgia del presente.
Lidia Tagnesi
23:05
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il cammello bianco: un pò ciclopici
Proprio un guaio, il vento. Quando meno te lo aspetti, nel bel mezzo di una giornata tiepida di sole, ti soffia in un occhio e addio buoni propositi di sguardi in avanti. Le raffiche che ti arrivano in faccia sono sempre più forti di quelle che ti colpiscono alle spalle, è una legge naturale. Forse perché la nostalgia è un minimo comune denominatore umano, più della curiosità. Perché è più semplice. O, forse, è puro ed elementare masochismo: come si fa a resistere alla tentazione di tormentarsi con i se? A cedere alla dolcezza dei ricordi un po’ liquidi, plasmabili a nostro piacimento – anche quando si corre il rischio di affogarci dentro.
Ma in fondo lo sappiamo, dopo un po’, con l’acqua, la sabbia va via: magari si passa tutta la vita ad aspettare il momento in cui non ci sarà granello in grado di sfidarci, ed invece è tutto un semplice sistema di corsi e ricorsi acquatici. Ogni cosa diventa speciale, quando non c’è più, o quando si trova sporadicamente. È come con le zeppole di san Giuseppe, pura poesia di crema e amarena: ci sono tutto l’anno, ma le mangi soltanto il 19 marzo. E lo sai bene, che potresti averle sempre, se solo le cercassi: qualcosa, però, ti dice che è meglio tenerti la voglia per assaporare meglio il momento prescelto.
E Polifemo come farebbe? Un occhio solo, una volta accecato quello da fiamme d’antan, non ne resta per innamorarsi nuovamente. In realtà, anche quando le orbite sono due, funzionano in simbiosi: se una va in congedo, l’altra, da sola, non riesce a combinare nulla. In amore siamo tutti un po’ ciclopici.
Ornella Tajani
22:56
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dolce inquieta: l'amore ...
l'amore non è mai fastidioso
può essere mutevole
ma mai egoista e stancante
travisiamo sempre il suo senso supremo
siamo essere limitati che si rapportano all'eterno
ma restiamo sempre saldamente legati al terreno
non ci eleviamo mai sopra le cose
ciò che cieca il nostro occhio
è l'attaccamento al materiale
ciò che offusca le nostre menti
che ci rende mostri bavosi e pazzi
è la voglia di possedere
ma come chiudere l'infinito in un bicchiere?
bisogna lasciarsi travolgere da esso
per ciò che è
amore ...
Paola Veropalumbo
22:55
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16/02/2008
l'undicesimo aforisma
Il peggior sporco è quello morale: istiga ad un bagno di sangue. (Stanislaw Lec)
23:00
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umano troppo umano: morale e caos
Cosa è la morale se non la affermazione del “no”. Il diniego al “si”. Quel “si” che sottende, concessivo, il piacere alle facoltà copiose della conveniente ipocrisia. All’abbandonarsi alle reticenze. Al turpiloquio silente della incapacità.
Dove la morale della società e della religioneria? Tra fumi di guerra e benedicenti inviti al non morire, facendo soccombere il nemico. Uccidendo. Dove, la morale? Nella circonvenzione delle leggi, nella sospesa iniquità tra simili. Massacrando le dignità. Dove, la morale? Nel raggiro fermentato tra le opportunità del profitto. Dove, la morale? Nel disprezzo istigato verso le convinzioni. Nella derisione della riservata umiltà.
Siamo. Tra eroi, martiri e santi. Che non sfidano miti o incertezze. Che non hanno occhi verso l’oltre. Privati del pentimento di Odisseo. Del vizio di Odisseo.
Siamo. Tra le quinte di un teatro senza proscenio. Dove il rantolo della vita vale la rappresentazione esaltata dell’avvoltoio.
La morale? Potremo dirla e sostenerla e parteciparla quale ricerca straordinaria tra i rivoli della misericordia verso sè? Sprigionata nella umiltà prolifica della terra e consacrata alla terra, che, nel sacello dedicato agli umani, separa e riunifica tensioni e resistenze, godurie e dimenticanze, offerte e rinunce.
Perchè, alla fine, la vita e il suo ciclo, il suo soffio, è più grande della speranza di rivelarla. Nell’attesa del caos. Non sporcato dalle illusioni o dal terrore di illudersi.
franchini
22:58
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pari e patta: una cattiva morale per una cattiva vita
Una telefonata, una denuncia, un blitz della polizia in una clinica dove una donna aveva abortito un feto destinato a diventare un bambino, poi un adulto, malato, infelice.
C’è chi vorrebbe che, in analoghe circostanze, la donna decidesse di far crescere il proprio concepito comunque: cosa importa a questi individui se poi la sofferenza di quel singolo “che è ancora feto”, ricadrà sulla famiglia, sulla società e sul suo corpo martoriato e l’anima ferita.
Ma si sa, è più facile fare la morale quando le cose non ti riguardano da vicino.
E’ facile ergersi a detentori di regole morali, come fa la Chiesa, dal momento che poi si disinteressa dei corpi viventi occupandosi solo delle anime, tranne di quelle ferite, ovviamente; perché quelle avranno bisogno di chi le sostiene anche e soprattutto, fisicamente, della famiglia e di strutture sanitarie.
E’ facile fare morale elettorale, da parte dei politici, per un pugno di voti; per loro è molto più difficile fare o sostenere buone leggi, ed ancor più farle rispettare.
E difficile per una donna avviarsi ad una maternità serena e partorire nella coscienza di far nascere un infelice che non avrà prospettive di vita ma piuttosto di infelicità quando non di morte prematura.
Di questa becera e sporca morale nessuno si vergogna, tranne le donne.
Che se dovessero mettere in pericolo una legge come la 194, sicuramente sapranno difenderla e far valere il diritto alla procreazione consapevole e alla vita, intesa come felicità e non come ineluttabile tortura.
Marta Ajò
22:57
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storie del millennio: la presunzione del bene
Avere un’idea forte, che non ammette altre ragioni al difuori della propria, penso contenga in sé un potenziale distruttivo infinito. Le stragi più efferate dell’umanità, dai Tribunali della Santa inquisizione, ai forni crematori, i campi di concentramento, fino ad arrivare alle più moderne forme di terrorismo, sono armate dal fuoco di un concetto di bene assoluto. La corruzione o sporcizia morale, ha un limite: può essere arginata da un interesse. Insomma la morale si può comprare quando è solo uno strumento.
Ma se è una convinzione estrema, al limite della follia, può creare mostri .
Paulette Ievoli
22:55
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lo strappo nel cielo di carta: vidi la mia testa mozzata e ne risi … anzi Me-risi: il ghigno di Caravaggio
Quella schiantante fucilata nei testicoli alla morale, che si chiama “arte”, ha spesso conosciuto episodi di stroncature ingenerose di capolavori da parte di capre matricolate e sopracciglia inarcate di parrucconi adontati di fronte a eruzioni geniali di libertà. Singolarmente emblematica la vicenda dell’arte barocca, criticata per quasi due secoli perché accusata di insincerità. Problema sbagliato nell’impostazione. Crediamo di poter stabilire con certezza quando un artista è sincero e quando non lo è? Un artista è sempre insincero in quanto “artefice”, che produce l’inganno ottico; è sempre sincero in quanto uomo, le cui decisioni artistiche si orientano in un modo anziché in un altro perché vive, necessariamente, senza possibilità di scelta, in un fatale contesto storico, percettivo, ideologico, olfattivo, che lo plasma. E senza libera scelta non c’è peccato di insincerità. Un cavallo di battaglia di Achille Bonito Oliva: “L’artista è un errore biologico dell’opera d’arte”.
Ora, come fu plasmato l’artista barocco? Erwin Panofsky: “Il sentire dell’uomo barocco (almeno nelle opere dei grandi maestri) è del tutto sincero, solo che non occupa per intero l’anima. Il soggetto non solo sente, ma è anche consapevole di quello che sente. Se il cuore palpita di emozione, la coscienza resta distaccata e sa. Si può non apprezzarlo, ma non bisogna dimenticare che questa dicotomia è una logica conseguenza della situazione storica (…). L’esperienza di tanti conflitti e dualismi tra emozione e riflessione, godimento e sofferenza, devozione e voluttà ha comportato una sorta di risveglio della coscienza e in tal modo ha dotato il pensiero europeo di un nuovo grado di consapevolezza”. Riassumerei il tutto dicendo che il Rinascimento era finito in un bagno di sangue, il sangue della vita, della storia, dell’esistenza. E quel sangue rimestò e ridestò le coscienze un po’ imbalsamate d’Europa forzandole al contatto doloroso con l’uomo in quanto entità sfuggente e dannatamente complessa, piuttosto che fabbro-scolaretto del suo destino al centro di un mondo misurabile col righello. E con la coscienza di sé (e di quanto sia doloroso il sé) ci si distacca dalle proprie sensazioni e reazioni, ora osservate da fuori, come spettatori al teatro. Per cui si parla di teatralità barocca; mentre acquistare coscienza vuol dire perdere l’innocenza. Addio sincerità primitiva, peccatori barocchi.
Posso essere più o meno d’accordo. Ma allora concedetemi: il bagno di sangue barocco non è tanto nella deflagrazione delle tettone di Rubens, né nei cieli sfondati (feriti, immagino) di Lanfranco e di Pietro da Cortona, con i quali si fa iniziare la pittura barocca propriamente detta. In senso storico, un quadro dà inizio al Barocco: “Davide con la testa di Golia” (Roma, Galleria Borghese) di Caravaggio. La testa pesola di Golia – riferiscono alcune fonti – è il macabro autoritratto dell’autore. L’opera è stata messa in relazione al desiderio di espiazione di Caravaggio dopo l’uccisione di Ranuccio Tomassoni che lo costrinse a fuggire da Roma: auto-punizione enfatizzata dalla frase sulla spada: “H(umilit)AS O(ccidit) S(uperbiam)”. L’umiltà uccide la superbia.
Eppure il Caravaggio biologico è un errore del Golia artistico. Il turbamento morale e sociale di Michelangelo Merisi da Caravaggio è la causa (biologica, individuale) dell’errare, cioè delle fughe affannose dopo essere stato dichiarato fuorilegge. Ma è altresì l’effetto (storico, artistico, fatale) dell’errore: l’errore di superbia del Rinascimento, tragicamente svelato dalla nevrastenia beona di Lutero, dalle torme rapinose di Lanzichenecchi a Roma, dall’artista alienato in venditore cortigiano, dal policentrismo beffardo di Bruno e dallo strappo nel cielo di carta di Copernico. Ê l’inevitabile “dove ho sbagliato?” della civiltà europea, che distaccata da sé stessa, guarda la propria testa mozza, tragicomicamente indecisa se riderne o piangerne. Nel luccichio dei denti di Golia, il bagno di sangue del Rinascimento, il distacco emotivo, teatrale, tragicomico del barocco.
Antonio Maiorino
22:54
Scritto da: le.cadute
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la formichina guerriera: spacciatori di felicità
Assistiamo, nella girandola elettorale –azionata nelle varie portinerie televisive tra intrighi, ricatti, delazioni, tradimenti e miseri progetti- ad una negazione dell’etica dell’azione che pensatori qualificati identificano, invece, con l’unico farsi possibile dell’uomo.
Il sonno delle ideologie viene sostituito, da moralistiche visioni; quali uniche e possibili della vita, individuale e sociale.
Per contare i numeri viene dimenticato il degrado morale che la miseria, l’indigenza, l’ingiustizia portano con sé: malattie sociali degenerative che sostituiscono ogni valore del fare per il bene comune.
Il popolo, affamato, pensa alla sopravvivenza come il drogato alla dose ed è qui che si sostituisce il fare con l’assopimento dell’azione, l’attivismo con l’inedia, l’etica del sacrificio con la presunta felicità, che diventa il solo movente sensibile dell’agire.
Assistiamo ogni giorno a una “messa in scena” di illusioni; spettatori muti e ammutoliti di una speranza, di tutte le speranze; spettatori del non fare.
E i moralisti sono tanto lontani dall’agire da sembrare spacciatori della felicità
Carmela Panariello Franchini
22:52
Scritto da: le.cadute
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conti sbagliati: il miele del dolore
Bisognerebbe impedire che il dolore stilli miele. È il tipico dolore "americano" e della cura "americana", da puffi e clown in corsia. Poiché la realtà è ormai la sua rappresentazione mediatica, questo dolore è sempre rappresentato e cullato da dolci gocce sonore, e infatti la sua poetica è l’"arpeggiato ospedaliero". E non si chiuda la bocca col banale "quando toccherà a te..."! Quando toccherà a me tremerò, ma ho ragione ora, non quel giorno. Il miele del dolore avvilisce e degrada il fatto della malattia nel mercatino delle cose per approntare la cura "americana", ossia la scoperta della futura malattia, la balla del futuro. La rappresentazione del dolore è riuscita a due o tre semidei, ma a nessun genio, perché ne ha sempre fatto una cosa fruibile, ne ha stillato miele. " I care, we can ", di simili presunzioni dozzinali non se ne può più perché sono il ponte tra il dolore e il suo miele, tra un fatto e il suo impoverimento in cosa inalienabile e inamovibile. Migliorare i fatti trattandoli come cose da smussare e correggere, questa illusione lega i fatti tra loro, ne fa i nostri ceppi. Da più di un secolo viviamo questa dittatura occulta, la dittatura del fatto la chiamò Nietzsche, e la politica non può avervi parola perché non sa combattere una religione. Infatti come in chiesa, per curare la malattia si chiede l'obolo, pena la malattia stessa. Il sensismo empirico di Smollett affascina sotto il profilo letterario e decanta il racconto nel sensibile, ma è a rischio di asfissia, l'inizio coercitivo del sentiero e della cura "americani", la fabbrica dei fatti, la nostra morte attuale. E poveri USA sempre colpevoli, e invece sono solo diligenti esecutori, gli ultimi becchini di un‘antica schiatta planetaria di becchini a ventiquattro carati.
Marzio Siracusa
22:47
Scritto da: le.cadute
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